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rischio estremo

“Skyscraper Live”: Alex Honnold sfiderà il Taipei 101 in diretta su Netflix, senza corde

Una scalata programmata al millimetro, un palinsesto globale e una domanda che brucia: cosa significa trasmettere il rischio estremo in tempo reale?

Fabio Russello

18 Gennaio 2026, 21:46

“Skyscraper Live”: Alex Honnold sfiderà il Taipei 101 in diretta su Netflix, senza corde

Il 23 gennaio 2026 milioni di spettatori di Netflix guarderanno in diretta un uomo salire all’esterno del Taipei 101, il grattacielo più alto di Taiwan (circa 500 metri), a mani nude, senza corde. Quell’uomo è Alex Honnold, il climber che ha definito un’epoca con l’ascensione in free solo di El Capitan. Ma questa volta il teatro non è una parete di granito: è un’icona dell’architettura contemporanea, alta 1.667 piedi su 101 piani. E la posta in gioco non è solo sportiva o spettacolare: è etica, psicologica, mediatica.

Che cosa vedremo e quando: l’evento

L'’evento si intitola Skyscraper Live, e sarà trasmesso su Netflix (evento live globale incluso nell’abbonamento) venerdì 23 gennaio 2026 alle 20:00 ET in America e dunque le 2.00 del 24 gennaio in Italia (anche a Taiwan sarà già il 24 gennaio). Dovrebbe durare un paio di ore.

L’annuncio è arrivato dal magazine ufficiale di Netflix e dai partner media nel corso dell’autunno 2025, con la collocazione calendarizzata a inizio 2026. Testate come il Taipei Times hanno poi precisato il fuso: in USA l’appuntamento è il 23 gennaio, a Taipei il 24.

Perché è diverso da Free Solo

L’impresa di El Capitan (giugno 2017), immortalata in “Free Solo” (uscita 2018, Oscar 2019 al miglior documentario), fu una scelta interamente autonoma dello scalatore, maturata fuori da qualsiasi palinsesto live. La crew seguì il suo processo, ma non lo dettò. Questa volta la scalata è inscritta in un evento programmato, con un titolo, un orario, un apparato produttivo, conduttori e sponsor. La differenza non è di poco conto: passa dall’autodeterminazione del gesto sportivo alla regia di un appuntamento globale.

Un palcoscenico d’acciaio e bambù

Il Taipei 101 è un monumento a forma di bambù sviluppato in otto moduli da otto piani: progettato per vibrare e non spezzarsi, con un nucleo centrale rinforzato, colonne perimetrali extra-large e il celebre tuned mass damper visibile al pubblico tra il piano 87 e il 92. Il grattacielo ha conquistato certificazioni LEED e WELL di vertice e sorge in una delle aree più esposte del Pacifico agli uragani e ai terremoti: proprio qui l’ammortizzatore ha già dimostrato di poter ridurre fino al 40% lo scuotimento dell’edificio. È un contesto fisico unico, ma anche severo: quota, vento, umidità, superfici lisce, geometrie ripetitive.

Precedenti sul 101: c’è chi c’è già salito, ma non così

Il 25 dicembre 2004 il francese Alain Robert (il “Spider-Man” dei grattacieli) scalò il Taipei 101 durante le celebrazioni d’apertura: fu un’ascesa autorizzata ma con corda e imbrago, in circa quattro ore sotto la pioggia. L’impresa di Honnold si annuncia differente: la parola chiave è free solo, ovvero senza protezioni. In termini sportivi e industriali, un salto di scala.

Il free solo su granito offre appigli e microfratture leggibili, per quanto infimi, e una “tattilità” della roccia che un climber esperto sa decifrare. Il buildering su un’architettura in vetro, acciaio e alluminio presenta un’altra grammatica: superfici lisce, mullions e cornici, giunti, fughe, eventuali manutenzione ledges, discontinuità che non sono state progettate per essere afferrate. Non è noto nel dettaglio quale sarà la linea scelta da Honnold; sappiamo però che il Taipei 101 è costruito su un sistema di colonne perimetrali e moduli ripetuti che potrebbero offrire sequenze regolari di movimento, con la variabile cruciale del vento d’alta quota. La prudenza lessicale è d’obbligo: finché produzione e atleta non comunicheranno la “via”, restano ipotesi.

Il fattore vento e le vibrazioni

Il grande damper interno riduce la vivibilità di oscillazioni percepite, ma non annulla le raffiche che investono le facciate. L’evento avverrà in inverno: a gennaio Taipei può presentare condizioni umide, micro-precipitazioni, venti irregolari. La storia di Wallenda a Chicago insegna quanto la finestra meteo sia decisiva; in quel caso la produzione definì limiti massimi di raffica oltre i quali fermarsi. Ci si attende un’analoga catena di go/no go.

A differenza della narrativa di “Free Solo”, qui ogni variabile – dalla scaletta ai tempi televisivi – è inserita in un format. Non significa che il gesto sia meno autentico o meno estremo; significa che è costruito per essere visto in simultanea, con un ecosistema che va dai commentatori (si è parlato dell’arrivo in Netflix della conduttrice Elle Duncan) alle finestre promozionali coordinate a livello globale. Per lo spettatore è un vantaggio: comprensibilità, contesto, regia; per l’atleta, un carico extra di aspettative.

“E se succede qualcosa?” Il dovere di non voltarsi dall’altra parte

La domanda è scomoda ma inevitabile: qual è il limite nel trasmettere un atto in cui l’esito peggiore è la morte in diretta? La storia televisiva recente indica soluzioni intermedie, tra cui il famoso delay. In casi del genere, molte redazioni chiedono liberatorie speciali anche ai giornalisti sul campo; alcuni broadcaster pianificano cut-away immediati e una copertura di crisi prestabilita. Non è morboso chiederlo in anticipo; è un dovere professionale. L’esperienza Discovery del 2014 è lì a ricordarlo.