il caso
Scorza si dimette: il Garante per la privacy travolto dall'inchiesta su spese pazze e sospetti di corruzione
Le indagini dopo i servizi di Report sulle presunte "spese pazze", con perquisizioni, sequestri e pressioni politiche. C'è il primo passo indietro
Si incrina la compattezza del Collegio del Garante per la protezione dei dati personali, indagato in concorso dalla Procura di Roma per corruzione e peculato e finora contrario a fare un passo indietro. Guido Scorza si è dimesso: «Ho consegnato le mie dimissioni irrevocabili nelle mani del presidente, Pasquale Stanzione», annuncia in serata in un lungo video diffuso sui suoi profili social. «È la scelta più dolorosa della mia vita, ma è necessaria», aggiunge. Ribadisce di non sentirsi coinvolto penalmente: «Non ho responsabilità in relazione alle contestazioni che mi vengono mosse», ma sottolinea che l’Autorità ha bisogno di «autorevolezza non solo effettiva, ma anche percepita».
L’inchiesta — scaturita da una serie di servizi di Report — riguarda le presunte «spese pazze» sostenute dal board del Garante, composto oltre che da Stanzione anche da Agostino Ghiglia e Ginevra Cerrina Feroni, e presunti episodi corruttivi collegati a sanzioni opache comminate negli ultimi due anni. La vicenda ha travalicato il perimetro istituzionale, accendendo il confronto politico: Pd, Avs e +Europa hanno chiesto con forza un passo indietro del Collegio.
«Sulle dimissioni ho già risposto, sull’inchiesta non ho elementi per giudicare, posso rimettermi alla magistratura della quale mi fido», ha dichiarato nella notte la premier Giorgia Meloni, rispondendo ai cronisti a Tokyo.
Nel video, Scorza rievoca l’origine della sua vocazione: «Lascio un incarico che avevo sempre sognato, da quanto trent’anni fa incontrai per la prima volta Stefano Rodotà. E lo lascio proprio per rispetto di quel sogno».
Poi allarga lo sguardo al contesto: «Considero giuste, utili e democraticamente preziose sia l’inchiesta giornalistica che quella giudiziaria che hanno interessato il Garante e ne resto convinto. E, però, non credo che in un sistema democratico sano, solido e maturo delle legittime inchieste giornalistiche e giudiziarie debbano poter compromettere fino a questo punto, prima che qualsivoglia specifica responsabilità sia accertata, il buon funzionamento di un’Autorità indipendente chiamata a promuovere e proteggere un diritto fondamentale, pietra angolare della nostra democrazia».
La responsabilità, conclude, non è «né dei giornalisti che fanno le inchieste, né tantomeno dei giudici che fanno il loro lavoro», ma «è nostra, delle persone, dell’opinione pubblica, della società, di una parte dei media — non quelli che fanno le inchieste ma quelli che le raccontano in maniera acritica e sensazionalistica a caccia di lettori e visualizzazioni —, degli algoritmi dei social network che amplificano i messaggi più radicali e sacrificano l’audience di quelli più pacati e ponderati e, di una parte della politica, quella con la “p” minuscola, più a caccia di facile visibilità e consenso che di riflessioni e idee per migliorare la vita delle persone e le condizioni del Paese».
Soltanto ventiquattr’ore prima, il vertice dell’Autorità aveva fatto sapere di voler proseguire senza arretrare, esprimendo «piena fiducia nell’operato della magistratura» e confidando di «poter dimostrare la propria estraneità ai fatti contestati».
Giovedì scorso i pm di piazzale Clodio hanno disposto perquisizioni e interrogatori nella sede del Garante e nelle abitazioni dei componenti del Collegio: la Guardia di Finanza ha lavorato fino a notte inoltrata acquisendo documenti e sequestrando cellulari e computer ai quattro indagati. Oltre al profilo penale, il dossier potrebbe approdare alla Corte dei conti per un ipotetico danno erariale.
Nel mirino degli inquirenti figurano, in particolare, le spese di rappresentanza dell’Autorità, salite nel 2024 a 400 mila euro, e possibili conflitti di interesse, come nelle vicende delle sanzioni a Ita Airways e Meta.
Intanto Report annuncia che domani tornerà sul caso con «documenti inediti» che dimostrerebbero come quelle spese di rappresentanza «forse potevano essere limitate».