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l'inchiesta

Perché Alice segnava sul suo IPhone cosa mangiavano mamma Antonella e Sara? Il caso della "ricina" forse è vicino a una svolta

Sequestrato il cellulare di Alice, la figlia maggiore scampata al massacro. Sospetti su alcune ricerche online effettuate a pochi chilometri dal luogo del delitto

24 Aprile 2026, 07:17

07:20

Perché Alice segnava sul suo IPhone cosa mangiavano mamma Antonella e Sara? Il caso della "ricina" forse è vicino a una svolta

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Da un sospetto di intossicazione alimentare all’ombra di un duplice omicidio premeditato: la vicenda che ha scosso Pietracatella, tranquillo borgo del Campobassano, ha assunto i contorni di un vero thriller giudiziario.

Le vittime, Antonella Di Ielsi, 50 anni, e la figlia quindicenne Sara Di Vita, non sono decedute per aver consumato cibo avariato nei giorni precedenti il Natale 2025, come ipotizzato all’inizio. A causarne la morte è stata una dose letale di ricina, potentissima tossina di origine naturale.

La svolta è arrivata con le analisi tossicologiche eseguite dagli specialisti del Centro antiveleni dell’IRCCS Maugeri di Pavia: nei campioni di sangue delle due donne sono state individuate tracce di ricina in quantità compatibili con un’intossicazione acuta.

Un esito che ha indotto la Procura di Larino a cambiare radicalmente rotta: non più omicidio colposo a carico di cinque medici del Cardarelli, inizialmente sospettati di errore diagnostico, ma un fascicolo per duplice omicidio premeditato contro ignoti.

La ricina, estratta dai semi della pianta di ricino, è tanto micidiale quanto subdola: i sintomi iniziali — nausea, vomito, diarrea e severa disidratazione — sono aspecifici e facilmente confondibili con una comune gastroenterite.

Qualcuno l’avrebbe introdotta deliberatamente nella quotidianità della famiglia Di Vita, provocando non solo la morte delle due donne ma anche il grave malore del padre, Gianni, trasferito d’urgenza allo Spallanzani di Roma.

Il fulcro degli accertamenti, oggi, è racchiuso nella memoria di un telefono: lo smartphone di Alice Di Vita, la figlia diciannovenne sopravvissuta. La sera del 23 dicembre — ritenuta cruciale per l’esposizione alla sostanza — la giovane non cenò in casa ma in pizzeria con amici, rimanendo così indenne dall’avvelenamento.

Gli investigatori della Squadra Mobile stanno passando al setaccio il suo iPhone, non perché la ragazza sia formalmente indagata, ma per un elemento che inquieta chi indaga: una serie di appunti in cui ha annotato con scrupolo i pasti consumati in famiglia tra il 22 e il 25 dicembre. La domanda è stringente: perché compilare un elenco tanto dettagliato proprio nelle ore in cui si manifestavano i malesseri? Semplice promemoria redatto a posteriori per supportare i medici al ricovero, oppure una sorta di mappa per circoscrivere il momento esatto dell’avvelenamento?

L’estrazione completa dei dati dal dispositivo, fissata per il 28 aprile negli uffici della Polizia giudiziaria, potrebbe fornire risposte decisive, riportando alla luce chat, cronologie web e messaggi cancellati.

Resta da chiarire anche la provenienza della ricina. L’attenzione investigativa si estende oltre le mura domestiche: un filone conduce ai computer dell’istituto agrario professionale di Riccia, a circa 17 chilometri da Pietracatella, dove nei mesi precedenti la tragedia sarebbero state effettuate ricerche mirate proprio sulla ricina. È al vaglio anche l’ipotesi di un acquisto attraverso canali online o sul mercato nero del dark web.

Mentre la Polizia continua ad ascoltare parenti e conoscenti, la comunità di Pietracatella resta sospesa nel dolore. Ciò che il 10 gennaio, durante i funerali strazianti, appariva a molti una fatalità incomprensibile si è rivelato una ferita più profonda e oscura: la gelida possibilità di “un possibile delitto maturato dentro una normalità familiare spezzata”.

La verità potrebbe celarsi tra le pieghe di una chat, in una vecchia ricerca su Google o in quella che sembrava un’innocua lista di cene natalizie.