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Bilanci

Un anno fa il giuramento di Donald Trump: le differenze tra il primo e il secondo mandato

Tra successi rivendicati e accuse di autoritarismo, il tycoon ha ampliato il potere esecutivo, rivoluzionato la politica estera e inasprendo le misure interne che dividono l'America

Redazione La Sicilia

19 Gennaio 2026, 18:59

Un anno fa il giuramento di Donald Trump: le differenze tra il primo e il secondo mandato

Nel primo tumultuoso anno del suo secondo mandato alla Casa Bianca, Donald Trump è stato paragonato a un re, a un imperatore e anche a un autocrate o a un dittatore. Di certo è diventato uno dei presidenti più potenti della storia moderna degli Stati Uniti, estendendo il potere esecutivo oltre ogni limite e usando la legge della forza, dentro e fuori il Paese. E in 12 mesi sull'ottovolante, ha stravolto l’America e il mondo intero, di cui ha messo in discussione l’architettura multilaterale uscita dal dopoguerra, con una sfida senza precedenti agli alleati europei. A differenza del mandato precedente, si è circondato di persone fedelissime e non ha trovato alcun freno, indicando come unico limite al suo potere globale «la mia stessa moralità».

Chi ancora lo sostiene sbandiera diversi risultati: il confine col Messico è sigillato; il radicalismo woke di sinistra in molte istituzioni è stato eliminato o è sulla difensiva; la guerra a Gaza è finita e gli ostaggi israeliani sopravvissuti sono tornati a casa; il programma nucleare iraniano è stato notevolmente rallentato; un dittatore come Maduro è stato catturato con un blitz spettacolare; la «big, beautiful bill» è diventata legge con enormi tagli fiscali; la disoccupazione è bassa (in realtà più alta di quella lasciata da Biden) e l'economia va bene. Insomma, un anno di successi.

Chi lo critica racconta una storia diversa: l’America si è isolata, perdendo credibilità e minando le sue alleanze; tutte le azioni di politica estera hanno conseguito risultati temporanei mentre la pace in Ucraina sembra ancora lontana; i dazi hanno fatto aumentare i prezzi e il costo della vita resta alto; giustizia e forze dell’ordine sono piegate al servizio dei rancori del presidente; le città sono state militarizzate e squadre di agenti mascherati danno la caccia agli immigrati in tutto il Paese con metodi brutali.

Due narrative opposte, ma dopo 12 mesi i sondaggi concordano: circa il 60% degli americani boccia il tycoon su tutti i fronti, dall’economia all’immigrazione, i due cavalli di battaglia con cui aveva vinto le elezioni. Insomma, nessuna età dell’oro e un pessimo viatico per le elezioni di Midterm di novembre.

Nel suo primo anno, il ritmo degli eventi è sembrato in alcuni casi più veloce degli eventi stessi. Appena reinsediato, The Donald è uscito nuovamente dall’accordo di Parigi sul clima e poi da una valanga di organismi e accordi internazionali "contrari agli interessi americani», smantellando pure l’Usaid. Quindi ha terremotato il mondo e le Borse con la sua offensiva sui dazi il 2 aprile, il Liberation Day, usando le tariffe come clava per negoziare su qualsiasi cosa. Sul fronte estero ha rinnegato la promessa elettorale di un’America first isolazionista e, dopo aver ribattezzato con un colpo di penna il Golfo del Messico in Golfo d’America, è sembrato giocare col mappamondo come Charlie Chaplin nel film «Il grande dittatore": ha umiliato Zelensky nello studio Ovale e flirtato con Putin ma non è ancora riuscito a negoziare la tregua; ha ottenuto la pace nella Striscia dopo aver evocato il controverso progetto di una Gaza-Riviera ma la fase due è tutta in salita; ha tolto di mezzo Maduro ma ha lasciato il suo regime, privilegiando il petrolio sulla democrazia; ha messo nel mirino Colombia, Messico e Cuba. E, dopo aver concupito il Canada come 51/mo Stato Usa, ora minaccia di prendersi la Groenlandia con le buone o con le cattive, anche a costo di imporre dazi ai Paesi europei che hanno mandato i loro soldati e di lasciare la Nato. Con l’Iran, invece, dopo i bombardamenti dei siti nucleari in giugno, tiene la pistola carica ma per ora non ha mandato l’aiuto promesso ai manifestanti.

In politica interna, Trump ha seguito il copione del Project 2025, l’agenda elaborata dal think tank conservatore Heritage Foundation. La giustizia è stata usata per premiare amici o sostenitori (ad esempio con la grazia ai 1500 assalitori di Capitol Hill) e per tentare di punire i nemici (l'ex capo dell’Fbi James Comey, la procuratrice generale di Ny Letizia James, l’ex consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton). Le città dem sono state militarizzate con l’invio della Guardia Nazionale e trasformate in terreno di scontro con i cittadini nella caccia agli immigrati, come mostra il caso Minneapolis. L'obiettivo delle deportazioni di massa si è saldato con un giro di vite sui visti e sulle politiche di accoglienza verso decine di Paesi. La guerra all’ideologia woke ha colpito le università con tagli di fondi alla ricerca, dopo le draconiane sforbiciate del Doge di Musk all’apparato federale.

I tamburi di guerra hanno suonato per tutti, dai media al presidente della Fed, tuttora sotto tiro del presidente e di un’inchiesta penale che minaccia l’indipendenza della banca centrale americana. Non sono mancati scandali, polemiche e tragedie: dal chat-gate del capo del Pentagono Pete Hegseth ai file di Epstein non ancora pubblicati interamente che hanno causato le prime crepe nel mondo Maga, dalla controversa ballroom nella Casa Bianca alla presa del Kennedy Center fino all’attentato contro Charlie Kirk.