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il caso

L'algoritmo spietato: Meta usa i dipendenti per addestrare l'IA che li sostituirà

Oltre ai licenziamenti, emerge un lato inquietante: l'azienda monitora i clic dei lavoratori come materia prima per le proprie intelligenze artificiali

24 Aprile 2026, 10:18

10:20

L'algoritmo spietato: Meta usa i dipendenti per addestrare l'IA che li sostituirà

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Dietro gli 8.000 licenziamenti annunciati da Meta non c’è un’azienda in difficoltà, bensì l’avvio di una fase inedita del capitalismo tecnologico.

Il 23 aprile 2026, il gruppo guidato da Mark Zuckerberg ha confermato il taglio di circa il 10% dell’organico e il congelamento di 6.000 posizioni aperte.

Eppure, la società di Menlo Park è più prospera che mai: ha chiuso il 2025 con ricavi record oltre i 200 miliardi di dollari, in crescita del 22%.

Il paradosso sta tutto qui: il lavoro umano diventa una variabile da comprimere per alimentare la nuova priorità strategica, l’intelligenza artificiale.

La chiave di lettura è nei conti. Restare competitivi nell’era dell’IA generativa richiede mezzi colossali. Per il 2026, Meta prevede spese complessive fino a 169 miliardi di dollari e investimenti in conto capitale tra 115 e 135 miliardi, destinati a sostenere i Meta Superintelligence Labs e il core business.

La competizione non si gioca più soltanto su social e pubblicità, ma sulla costruzione di infrastrutture mastodontiche e sull’acquisto di hardware d’avanguardia. Secondo diversi analisti, il settore tech sta assumendo i tratti della vecchia industria pesante, pur continuando a raccontarsi come una software company.

Questa metamorfosi sta polarizzando il mercato del lavoro. Da un lato, l’azienda taglia profili generalisti giudicati “comprimibili”; dall’altro, offre retribuzioni sempre più elevate per attrarre le competenze essenziali all’IA.

Il termine “efficienza”, rilanciato da Zuckerberg già tra il 2022 e il 2023 con decine di migliaia di esuberi, oggi significa riallocare capitali dai segmenti maturi per innestare l’IA al centro di ogni servizio.

La nuova gerarchia della spesa è inequivoca: prima l’infrastruttura, poi i talenti d’élite.

La sforbiciata di Meta non è un caso isolato. Nella stessa giornata del 23 aprile, Microsoft ha avviato negli Stati Uniti un piano di esodi volontari per 8.750 dipendenti, pari al 7% della forza lavoro americana.

Anche a Redmond la logica è analoga: sostenere gli oneri straordinari dell’infrastruttura di IA, che in un solo trimestre ha richiesto 37,5 miliardi di dollari in investimenti hardware, concentrati soprattutto su GPU e CPU.

La retorica ottimistica del progresso, però, si scontra con il costo sociale di queste scelte. Un taglio di 8.000 posti incide su redditi e carriere in un mercato divenuto molto meno indulgente verso chi non padroneggia le nuove tecnologie.

La vicenda assume contorni ancora più inquietanti se si considera che Meta starebbe raccogliendo i dati sui clic e sui movimenti del mouse dei dipendenti statunitensi per addestrare i propri sistemi di IA. La forza lavoro viene così ridotta per finanziare le macchine e, al tempo stesso, utilizzata — spesso a sua insaputa — come preziosa “materia prima” per perfezionarle.