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Groenlandia e dazi, il lunedì nero delle borse: perché l’Europa ha perso quota in poche ore

Dalle parole minacciose di Washington alle vendite a raffica a Milano, Parigi e Francoforte: cosa è successo davvero, con numeri, reazioni e scenari possibili

Redazione La Sicilia

19 Gennaio 2026, 15:04

15:13

Groenlandia, dazi e un lunedì da brivido: perché l’Europa ha perso quota in poche ore

All’apertura dei mercati schermi rossi, telefoni che squillano, analisti che aggiornano in fretta i modelli. L’innesco delle vendite in Europa, però, non arriva da un dato macro o da una trimestrale andata male, bensì dalle nuove minacce di dazi della Casa Bianca legate alla pretesa statunitense di “prendere il controllo” della Groenlandia, territorio autonomo del Regno di Danimarca. Il risultato, nel giro di poche ore, è una seduta in cui gli indici del Vecchio Continente scivolano all’unisono e i settori più esposti al commercio internazionale finiscono nel mirino.

L’innesco: il nuovo pacchetto di dazi minacciato da Washington

Secondo quanto emerso tra il weekend e la primissima mattina di lunedì 19 gennaio 2026, il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha minacciato un’ulteriore tariffa del 10% su un’ampia gamma di importazioni da otto Paesi europei (tra cui Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Paesi Bassi, Finlandia e Regno Unito), con un meccanismo di escalation al 25% in assenza di accordo entro giugno. Il legame, esplicitato in modo inusuale, è il contenzioso su Groenlandia, riflesso di una più ampia contesa geopolitica e strategica nell’Artico. Le prime reazioni europee parlano di una mossa che “mina le relazioni transatlantiche e rischia una pericolosa spirale discendente.”

A suggellare la portata dell’episodio, diversi governi europei hanno convocato riunioni d’urgenza e stanno valutando contromisure che, nelle ipotesi circolate nelle ultime ore, potrebbero raggiungere complessivamente 93 miliardi di euro tra dazi e strumenti legali di pressione commerciale. È un segnale chiaro: anche in Europa cresce la disponibilità a utilizzare l’anti-coercion instrument dell’UE, cioè il “bazooka” normativo pensato proprio per respingere ricatti economici.

Indici in calo e vendita selettiva sui titoli ciclici

Nel cuore della mattinata, la fotografia dei listini è netta. A Piazza Affari, il Ftse Mib chiude a -1,28%; la scia negativa attraversa le principali piazze del continente: Parigi -1,44%, Francoforte -1,24%, Amsterdam -1,14%. Un listino europeo in rosso uniforme che combina il rischio dazi e un umore già provato da segnali macro meno brillanti.

Nel comparto industriale e auto, la pressione è evidente: tra i titoli più colpiti compaiono i big europei con forte esposizione all’export verso gli USA, mentre luxury e tecnologia allungano il passo verso il basso. Al contrario, il perimetro difesa si muove in controtendenza, sostenuto dall’idea che tensioni geopolitiche e riallineamenti strategici possano tradursi in budget militari più generosi. A Milano spicca Leonardo in rialzo, mentre tra i ribassi figurano StMicroelectronics, Campari e Stellantis, tutte realtà più sensibili al ciclo e al commercio internazionale.

Wall Street chiusa, ma i future tremano

Mentre l’Europa vende, gli Stati Uniti osservano: la seduta di Wall Street è ferma per il Martin Luther King Jr. Day, ma i future americani indicano nervosismo, con S&P 500 e Dow Jones in flessione nell’overnight e nel pre-mercato esteso. È una dinamica tipica delle giornate “a rischio geopolitico”: i listini europei fanno da “sismografi” e gli investitori guardano ai derivati statunitensi per farsi un’idea dell’apertura del giorno successivo.

Il fattore Cina

Nel frattempo, da Pechino arrivano numeri che non aiutano il sentiment: il Pil del quarto trimestre cresce di circa +4,5%, sotto le attese. Un dato che, in un’altra fase del ciclo, sarebbe forse scivolato via; ma in un contesto in cui si sommano i timori su dazi, catene del valore e domanda globale, la lettura macro cinese funziona da moltiplicatore di incertezza. Non è un caso se, nelle note mattutine delle case di investimento, la parola più ricorrente accanto a “tariffs” è “growth”.

La Groenlandia entra nei portafogli

A chi segue i mercati da anni la cornice non sfugge: l’Artico è tornato al centro del dossier strategico globale. Groenlandia, ricca di risorse e baricentro logistico per rotte e basi, è un tassello con implicazioni economiche e di sicurezza. Il messaggio di Washington – al netto della retorica – segnala che la competizione per materie prime critiche, terre rare e posizionamento militare non sarà confinata ai documenti strategici: avrà ricadute concrete sul commercio. Il rischio? Che gli scambi commerciali diventino leva negoziale permanente, spostando i premi al rischio su interi comparti e alterando i prezzi di equilibrio.

Reazioni europee: diplomazia, diritto e possibili ritorsioni

La risposta europea, nelle prime ore, è stata corale. Una dichiarazione congiunta di Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi e Finlandia condanna la minaccia di nuovi dazi e cita il rischio di “pericolosa spirale discendente” nelle relazioni transatlantiche. Sul tavolo ci sono misure di riequilibrio – da attivare rapidamente – e l’uso dell’anti-coercion instrument per schermare l’UE da pressioni economiche a sfondo politico. Allo stesso tempo, alcune capitali insistono sulla necessità di una gestione “diplomatica” per evitare che lo scontro degeneri in una guerra commerciale a tutto campo.

Valute, materie prime e volatilità

Sul mercato valutario, il dollaro si indebolisce in avvio contro euro e yen; l’euro/dollaro risale verso 1,16 nelle prime battute, mentre aumentano i flussi verso “rifugi” come franco svizzero e oro. Non è un breakout strutturale, ma un riflesso da risk-off: gli investitori cercano coperture e alleggeriscono posizioni cicliche. La volatilità implicita sui listini europei si espande, coerente con l’incertezza di policy e con un calendario imminente in cui figurano Davos ed earning season.

Cosa dicono gli analisti

Le case di investimento più ascoltate invitano a non confondere il “rumore” con un cambio di regime, ma riconoscono che la variabile dazi, in questa fase, sia meno economica e più politica, dunque più difficile da modellizzare. ING sottolinea come la “razionalità economica” dei dazi appaia oggi più debole rispetto a inizio 2025, e che l’uso dello strumento tariffario come leva negoziale resti altamente disruptive per i settori esposti. Altri strategist avvertono che un pronunciamento avverso della Corte Suprema USA sull’impianto legale dei dazi potrebbe rovesciare rapidamente il sentiment, ma è un’ipotesi che al momento non può essere prezzata con sicurezza. In sintesi: scenario binario, volatilità elevata, orizzonte d’investimento corto.

Perché Milano ha sofferto e cosa guardare adesso

Composizione del listino: il Ftse Mib ha una componente significativa di ciclici (auto, industriali, tecnologia dei semiconduttori) e di consumer sensibili alla domanda statunitense. In una giornata di minaccia dazi, è fisiologico vedere vendite su StMicroelectronics, Stellantis e CampariDifesa in controtendenza: il movimento su Leonardo rientra nella narrativa europea di rafforzamento del comparto aerospazio & difesa, in un quadro di spesa militare in ascesa e tensioni permanenti sui dossier strategici. Valuta e tassi: un euro più forte nel brevissimo contro USD può erodere marginalmente la competitività di alcuni esportatori, ma l’effetto di giornata è secondario rispetto al tema dazi.