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Caltanissetta

Le Stragi: gli scontri e le ombre. Riempire 47 buchi “neri”

L’ordinanza della gip detta la rotta ai pm nisseni: scavare nei mondi deviati che portarono alle bombe di Capaci e Via D’Amelio

25 Aprile 2026, 05:00

08:57

STRAGE DI VIA D'AMELIO FOTO D'ARCHIVIO

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Troppe piste. Poche verità. E poi spaccature (anche familiari) nella storia delle Stragi. Il nastro si riavvolge con un’ordinanza lunga 216 pagine del gip di Caltanissetta Graziella Luparello che “sposa” la linea dell’avvocato Fabio Repici (difensore del fratello di Paolo Borsellino) che contesta alla procura nissena - titolare dei fascicoli per le stragi del ’92 - la frammentazione delle indagini in merito ai mandanti esterni per la bomba di via D’Amelio. La procura guidata da Salvatore De Luca fa appello in Cassazione per l’abnormità del provvedimento. Ma gli ermellini rigettano il ricorso. Così le storie giudiziarie chiuse nel cassetto rivivono. Lo stesso destino hanno i fascicoli impolverati che ora devono essere rivisti alla luce della mega ordinanza e del faldone - il numero 1418/17 che dopo nove anni tiene banco nello scontro fra toghe a Caltanissetta.

La gip chiede ai pm di indagare su 43 punti che se fossero aggiunti all’ordinanza di quattro anni fa diventano 65. Questa volta la giudice è convinta che ancora tanto si deve scoprire sul ruolo di Paolo Bellini, il terrorista nero venuto in Sicilia nel periodo delle stragi che ha avuto contatti con Nino Gioè. Ed è sulla pista nera che fa capo a Stefano Delle Chiaie (ma il fascicolo giudiziario è stato archiviato). Sono ben 43 i punti su cui fare luce, compresa la ricerca delle impronte digitali di Giovanni Aiello, meglio conosciuto come “faccia da mostro”. Le impronte si cercano in una sua abitazione acquistata a Sciacca: il sospetto è che all’interno ci siano state delle riunioni operative. Aiello, per la cronaca, è morto ormai da diverso tempo ed è stato sempre ritenuto un uomo dei servizi deviati. La gip chiede anche di prendere le impronte digitali di Ivana Orlando, la moglie di Aiello. Lo scopo è stabilire se quelle trovate nel guanto in lattice trovato a Capaci, lì dove è stato premuto il telecomando per far saltare in aria il giudice Giovanni Falcone con la sua scorta, siano sue visto che sarebbero di Rosa Bellotti, la biondina di cui Antonio Federico fece trovare la fotografia. Secondo la gip c’è un filo conduttore che unisce le due stragi: i radar sono accesi sulle diverse riunioni presiedute da Totò Riina e su quell’ordine di ammazzare i traditori, cioè coloro i quali avevano voltato le spalle a Cosa Nostra per il mancato aiuto nella decisione del maxi processo.

 

 

Il procuratore De Luca ha idee molto diverse. Fin da subito il capo della procura nissena in Commissione antimafia ha detto che avrebbe accettato la decisione della Cassazione. Ma dopo la pioggia di attacchi politici il procuratore ha provato a parare i colpi e in qualche modo salvaguardare il lavoro del pool stragi dove operano giovani magistrati che hanno preferito rimanere in Sicilia per continuare il minuzioso lavoro di ricostruzione, invece di accettare il trasferimento. «Il gruppo di lavoro che io coordino, è orgoglioso di avere svolto attività che per oltre trent’anni nessuno aveva svolto, ritenendo di offrire al giudice competente e a tutta la società concreti elementi su “scomodi” avvenimenti sui quali, ovviamente, ciascuno trarrà le sue conclusioni. Certamente continueremo a fare il nostro dovere qualunque sia il prezzo da pagare». De Luca è diretto e convinto nonostante abbia chiesto una proroga di indagini alla gip per sviluppare i 43 punti, anche perché ci sono diverse persone da sentire, tra questi anche collaboratori di giustizia che facevano parte delle commissioni provinciali o erano capofamiglia quando Riina deliberò gli omicidi di Falcone e Borsellino. C’è però un punto che rischia di far saltare tutto. Secondo la procura «la mancata archiviazione del procedimento a carico di ignoti, iscritto nel 2017, di cui aveva già chiesto l’archiviazione l’allora procuratore facente funzioni Gabriele Paci, costituisce un potenziale nocumento per le indagini, perché il relativo materiale probatorio è periodicamente a disposizione delle parti, con la conseguente necessità di aprire nuovi procedimenti, per esempio, a seguito di atto di impulso della Procura Nazionale Antimafia ed Antiterrorismo, per mantenere il segreto delle indagini».

Un corto circuito tecnico - giudiziario tra gli uffici nel palazzo di giustizia di via Libertà.

Nel frattempo alcuni processi per depistaggio nelle stragi stanno andando avanti, in forma più o meno spedita, altri potrebbero essere incardinati. Al quarto piano del Palazzo di Caltanissetta si sta lavorando sui rapporti tra esponenti dei servizi di sicurezza e massoneria prima e dopo le stragi del 1992, tenendo conto anche dei racconti che fece l’infiltrato in Cosa nostra Luigi Ilardo al colonnello dei carabinieri del Ros Michele Riccio. Racconti registrati per lasciare traccia: il dossier Grande Oriente fu una sorta di testamento. Perché nel frattempo Gino Ilardo fu ammazzato: il 10 maggio 1996 in via Quintino Sella a Catania. Pochi giorni prima aveva detto all’allora procuratore di Caltanissetta, Giovanni Tinebra che era pronto a collaborare con la giustizia. Di quell’incontro romano venne fatto uno schizzo: poi perso da Teresa Principato pare durante un trasloco. Nel frattempo i killer mafiosi sono stati condannati. Ma chi spifferò a Cosa Nostra che Ilardo aveva intenzione di entrare nel programma è rimasto un altro mistero. Un altro buco nero della storia d’Italia macchiata di sangue.