palermo e provincia
San Giuseppe Jato, trent’anni dall'omicidio del piccolo Di Matteo: «La sua morte segnò il risveglio delle coscienze»
La cerimonia nel casolare-bunker confiscato alla mafia nell'anniversario dell'uccisione
Giuseppe Di Matteo
A trent'anni dall'omicidio di Giuseppe Di Matteo le autorità si sono ritrovate oggi nel Giardino della Memoria di San Giuseppe Jato per onorare il bambino che, dopo 779 giorni di prigionia, fu strangolato e sciolto nell'acido l'11 gennaio 1996. La cerimonia si è svolta all'interno del casolare-bunker di contrada Giambascio, un tempo prigione di Cosa nostra e oggi bene confiscato, alla presenza della presidente della Commissione Antimafia Chiara Colosimo, del prefetto Massimo Mariani e del sindaco metropolitano Roberto Lagalla.
Giuseppe Siviglia, sindaco di San Giuseppe Jato, ha posto l'accento sulla necessità di sradicare i comportamenti che ancora oggi proteggono la criminalità organizzata. «Dove c'è omertà, la mafia non può essere definitivamente sconfitta», ha dichiarato il primo cittadino, sottolineando l'importanza del lavoro nelle scuole per trasmettere i principi della legalità. Siviglia ha poi descritto il sacrificio del quattordicenne come uno spartiacque storico: «Dopo l’efferato omicidio c'è stata una rivoluzione culturale. Da Di Matteo in poi tutto è cambiato: la mafia non ha più la potenza di fuoco di una volta». Tuttavia, il sindaco ha lanciato un monito sulla pericolosità della cosiddetta zona grigia, composta da chi sceglie di non collaborare con le istituzioni finché non viene toccato direttamente.
Particolarmente toccante è stata la testimonianza di Nicola Di Matteo, fratello di Giuseppe, presente alla manifestazione. «Sono passati trent'anni, ma per noi è sempre lo stesso giorno; ci porteremo questo dolore per tutta la vita», ha raccontato Nicola, ricordando l'ultimo compleanno festeggiato insieme prima del rapimento. «Giuseppe è il bambino che ha sconfitto la mafia, per questo bisogna ricordarlo ogni giorno. Quello che hanno fatto a mio fratello è imperdonabile».
Anche il sindaco della città metropolitana, Roberto Lagalla, ha voluto ribadire la ferocia dell'atto mafioso, parlando di un confine oltrepassato che ha trasformato un corpo innocente in uno strumento di ricatto contro lo Stato. «La memoria, se resta solo commemorazione, rischia di diventare rituale vuoto», ha spiegato Lagalla, ribadendo che la città metropolitana resterà al fianco di chi rompe il silenzio. «A Giuseppe Di Matteo, bambino a cui è stata negata l'adolescenza e il futuro, dobbiamo una promessa: trasformare il suo nome in un argine morale contro ogni forma di violenza mafiosa».
Nel corso della cerimonia la presidente della Commissione antimafia Chiara Colosimo ha fatto delle considerazioni sulla strage di Capaci: «Qui noi abbiamo la contezza che la ferocia di Cosa nostra non ha limite. Devo chiedere scusa alla signora e a Nicola se vi farò rivivere quei momenti. Ma non penso di venire qui a fare una parata ipocrita, non posso venire qui e non dirci cosa è successo sotto i vostri occhi e non avete denunciato. Non ometterò niente e vi dirò che è accertato che a casa di Santino di Matteo si è deciso come fare l’attentato di Capaci. Ma quella rete di protezione che gli ha permesso di farlo, ha visto coinvolte troppe persone, che a differenza di Santino di Matteo sono rimaste a piede libero. La storia di Giuseppe Di Matteo ci insegna che con Giuseppe la mafia ha perso».