Il caso
L'appello di una madre: «A mio figlio disabile ridate il “suo” posto in comunità alloggio»
La struttura in cui il ragazzo avrebbe desiderio di tornare è diventata nel tempo uno spazio fondamentale di socialità e autonomia
Gesti misurati, attenzioni costanti e una madre che prega ogni giorno perché il figlio, disabile psichico, abbia «la sua pace e non venga lasciato solo dalle istituzioni». Genitori che hanno imparato a leggere i silenzi, a interpretare gli sbalzi d’umore, a festeggiare ogni piccolo progresso, in una situazione che rende complesso anche ciò che per molti è scontato. Con momenti di stanchezza e di sconforto, soprattutto quando il futuro appare incerto e le risposte tardano ad arrivare.
«Mio figlio ha 25 anni - racconta a La Sicilia Katiuscia Barone - e ha una disabilità cognitiva di livello medio. Ha degli evidenti momenti di up e down con dei comportamenti altalenanti. Nel 2015 abbiamo scoperto la patologia e su suggerimento di un medico lo abbiamo affidato a una comunità alloggio, la cooperativa sociale “Panta Rei” a Licata in provincia di Agrigento dove ha iniziato un percorso di assistenza e di cura. Scelta che ha favorito nel tempo un inserimento graduale in quella struttura che è diventata un po’ la sua famiglia, il luogo in cui lui identifica quelli che sono i suoi amici, i suoi affetti.
Ma nel momento in cui, per problemi di salute, è stato costretto a tornare a casa è iniziato il nostro calvario. Lo scorso aprile, infatti, si è fatto male al braccio e abbiamo deciso di portarlo a casa. È stato in famiglia per un lungo periodo e al momento del rientro in struttura, ad agosto, non c'era più posto. Da lì la proposta di trasferirlo in una struttura più vicina, quella di Viagrande, dove però lui non si è trovato bene perché gli altri pazienti vivevano una condizione di disagio più grave rispetto alla sua. È stato sofferente e non ha accettato di buon grado di rimanerci. Io ho chiesto se la struttura di Viagrande fosse adeguata per il ragazzo e il Dipartimento di salute mentale (Dsm) di corso Italia 234 avrebbe dovuto valutare il caso. Ma la valutazione ha dato esito negativo perché non è adatto alla comunità alloggio, ma per lui sarebbe consigliata una Cta, una comunità terapeutica assistita. È stato così che in attesa di una nuova valutazione il ragazzo è rimasto a casa, senza un'adeguata assistenza e cura con il desiderio di potere ritornare a Licata dai suoi amici. Non per capriccio, si intende.
Ho nuovamente chiamato la cooperativa di Licata che mi ha detto che era necessario che fosse il Comune a fare l'inserimento, ma il comune, a sua volta, mi ha chiesto la certificazione da parte del medico del Dsm. Si è generata una gran confusione e l’assistente sociale è arrivata alla conclusione che mio figlio non è adatto né per la comunità alloggio, né per la Cta. Mi hanno rimandato all’ufficio handicap per trovare un’altra soluzione che non c’è».
La comunità di Licata in cui il ragazzo avrebbe desiderio di tornare è diventata nel tempo uno spazio fondamentale di socialità e autonomia. Dove ha imparato a stare con gli altri, a rispettare tempi e regole, a sentirsi parte integrante.
«Non può finire così - dice Katiuscia - mio figlio è abbandonato a se stesso. Io chiedo che gli venga data l'assistenza necessaria e le cure nella comunità in cui lui desidera andare. Non è corretto che sia stato lasciato senza assistenza medica. Perché se lui non avesse avuto una famiglia sarebbe stato in mezzo a una strada. Prego tutti i giorni che mio figlio abbia la sua pace».
Perché la disabilità non riguarda solo chi la vive, ma l’intera società. E la inclusione inizia proprio da queste case silenziose. Dove l’amore è una scelta quotidiana, nonostante tutto.